Copertina dell'articolo: genitori a bordo campo nel padel

Genitori a bordo campo: come aiutare davvero tuo figlio, prima, durante e dopo la partita

A bordo campo ci sono due tipi di genitori. Non quelli bravi e quelli sbagliati: quelli che pesano e quelli che sostengono.

E la differenza, spesso, non sta in quello che dici. Sta in quello che fai mentre tuo figlio gioca.

Perché tu in campo non entri. Ma nella sua testa sì, eccome.

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Tuo figlio ti sente anche quando stai zitto

Non serve parlare per farti sentire. Il tuo corpo parla per te.

Le braccia che si alzano dopo un errore. Lo sbuffo. La testa tra le mani. Lo sguardo che cerca il suo appena sbaglia una palla facile. Il telefono che tiri fuori quando la partita si mette male.

Tu magari non te ne accorgi nemmeno. Lui sì. Tutte queste reazioni arrivano dritte nella sua testa, e in quel momento diventano un peso in più da portare in campo, insieme all’avversario, al punteggio e alla sua tensione.

Prima di tutto, regola te stesso

Se vuoi aiutarlo davvero, parti da qui: regola te, prima di lui.

Se perdi il controllo tu, lui non ce l’avrà più. I ragazzi prendono il ritmo emotivo degli adulti che hanno intorno. Se tu sei agitato, lui gioca agitato. Se tu sei presente e tranquillo, gli dai un punto fermo.

Prima della partita chiediti: come voglio essere io, oggi, a bordo campo? Non come voglio che giochi lui. Come voglio esserci io.

Durante la partita: corpo fermo, zero scenate

Durante la partita hai un solo compito: non aggiungere pressione.

  • Corpo fermo. Niente gesti di disapprovazione, niente sbuffi, niente mani nei capelli.
  • Zero scenate. Né con lui, né con l’arbitro, né con gli avversari o i loro genitori.
  • Niente indicazioni tecniche da fuori. In campo ha già abbastanza da gestire. Se c’è un allenatore, il ruolo tecnico è suo.

E poi c’è una cosa che cambia tutto: cambia quello che guardi.

Smetti di cercare l’errore. L’errore lo vede già lui, benissimo. Guarda invece come sta. È sereno? È teso? Si sta divertendo? Sta lottando? Quello che vedi quando guardi lui, e non il punteggio, ti dice molto di più su come aiutarlo dopo.

Quando finisce: è ancora dentro il campo

Ha appena perso. Esce dal campo. E tu hai già in testa tutto quello che non ha funzionato.

Aspetta.

Quando tuo figlio esce da una partita giocata male, è ancora dentro il campo, anche se fisicamente è uscito. Ha addosso rabbia, delusione, nervosismo. E magari anche la paura di averti deluso.

Se in quel momento parti con “dovevi spingere di più”, “dovevi stare calmo”, “dovevi chiudere quel punto”… non funziona.

Magari hai anche ragione. Ma lui, in quel momento, non sente un consiglio: sente altro peso. Prima deve uscire dalla partita, con la testa e con il cuore. Solo dopo può ragionare.

Allora prova con una domanda semplice:

“Vuoi parlarne adesso o più tardi?”

Gli restituisci il controllo. Gli fai capire che sei lì per lui, non per il risultato. E se vuole parlarne subito, parti da lui, non dall’errore:

“Cosa ti è piaciuto di come hai giocato oggi?”

Non è il momento delle analisi. Quello arriverà.

Nel post partita, parla d’altro

In macchina, a tavola, la sera: il match può aspettare.

Parlare d’altro non significa sminuire quello che è successo. Significa ricordargli che lui è molto di più di una partita, e che il vostro rapporto non dipende da come è andata.

L’analisi vera, se serve, si fa a mente fredda, magari il giorno dopo. E anche lì funziona meglio con le domande che con le sentenze: “Cosa è successo secondo te in quel momento?”, “Cosa proveresti a fare diversamente?”. Le risposte che trova da solo gli restano dentro molto più a lungo delle tue.

L’analisi può aspettare dieci minuti. La fiducia no.

Pensa a lungo termine

Una sconfitta brutta sembra sempre la fine del mondo, per lui e spesso anche per te.

Ma prova a guardarla da lontano: quando perde male è proprio lì che cresce. È lì che impara a gestire la frustrazione, a rialzarsi, a capire cosa gli serve. A patto che intorno a sé trovi qualcuno che lo aiuta a farlo, e non qualcuno che aggiunge delusione alla delusione.

Il tuo obiettivo non è che vinca la partita di oggi. È che tra un anno, tra cinque, abbia ancora voglia di entrare in campo. E che ci entri sapendo che, comunque vada, a bordo campo c’è qualcuno che lo sostiene.

In sintesi

  • Prima: regola te stesso. Decidi come vuoi esserci.
  • Durante: corpo fermo, zero scenate. Guarda come sta, non gli errori.
  • Subito dopo: aspetta. Chiedi “vuoi parlarne adesso o più tardi?”. Parti da cosa gli è piaciuto.
  • Nel post partita: parla d’altro. L’analisi arriva dopo, con le domande.
  • Sempre: pensa a lungo termine.

Tu non entri in campo. Ma entri nella sua testa. Scegli di entrarci come sostegno.


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